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Giustizia "riparativa"

Indice articoli

Grazie a un progetto dell’UEPE (Ufficio Esecuzione Penale Esterna, praticamente il vecchio CSSA Centro Sociale Servizio Adulti del Ministero di Grazia e Giustizia) chi ha una pena da scontare inferiore ai tre anni ha un’alternativa al carcere: chiedere l’affidamento ai servizi sociali e trasformare la condanna in «attività di giustizia riparativa» a servizio di un’associazione.
«Da circa tre anni – spiega Emilia Silvi, dell’UEPE – collaboriamo con la Caritas, con l’Auser, l’SVS, la croce Azzurra ed altre associazioni per questi percorsi di “giustizia riparativa”, per chi ha ricevuto una condanna definitiva, che ammonta ad un periodo inferiore ai tre anni. In pratica viene proposta al detenuto, come misura alternativa al carcere, la possibilità di prestare la propria attività per diversi giorni a determinate ore, sotto la responsabilità di un operatore, in una struttura con finalità sociali». Lavorare nel sociale rappresenta un’occasione per tornare a contatto con certi valori che forse nella vita di molti erano andati persi, ma che possono essere recuperati. È una forma educativa molto coinvolgente e che lascia il segno, tanto che molti di coloro che hanno operato questa scelta, anche dopo aver terminato il periodo di pena, hanno continuato come volontari nelle diverse associazioni presso cui avevano prestato servizio. Considerato quanti si parli di carceri sovraffollate e di detenzione non rieducativa, sembra che il progetto in questione possa veramente rappresentare un’ottima soluzione.
 
La «giustizia riparativa» però non è riservata solo a chi commette reati penali, ma anche a chi, ad esempio, accumula debiti scolastici e può «scontare» la sua negligenza presso una struttura sociale. «Qui in Caritas – racconta suor Raffaella Spiezio, presidente della Fondazione onlus Caritas di Livorno – ci sono alcuni detenuti che prestano la loro opera, ma abbiamo avuto anche diversi studenti, che hanno trascorso i giorni di sospensione che erano stati loro comminati insieme agli operatori e ai volontari della struttura. Secondo me per loro è stata un’esperienza molto positiva: stare a contatto con chi non ha niente, può lasciare una traccia indelebile nella vita di un ragazzo che probabilmente invece ha tanto. Sarebbe bello poter vedere questo servizio in Caritas anche da un lato positivo: non tanto come una “pena da scontare”, quanto come un’attività che possa garantire magari dei crediti scolastici o dei “punti” in più per ottenere un posto di lavoro».
La Caritas diocesana ha anche altri progetti che porta avanti in collaborazione con l’UEPE, tra questi «Sperimentando» (consulta la sezione Opere Segno del nostro sito), la casa autogestita per i detenuti a fine pena, per favorire il loro reintegro nella società e nel mondo del lavoro. Questo percorso già attivo da alcuni anni e finanziato dalla Fondazione Livorno, ha ottenuto buoni successi, ponendosi come strumento educativo e stimolo alle persone per iniziare una nuova vita.

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