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Rifare il tessuto sociale

Indice articoli

Forse il più interessante e stimolante intervento del Convegno delle Caritas Diocesane di Fiuggi è stato quello del prof. Mauro Magatti, preside della Facoltà di Sociologia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Per questo ne presentiamo un sintetica rielaborazione sulla quale porre attenzione per farla diventare oggetto di riflessione nelle parrocchie e nella comunità diocesana tutta. 
IL PROLOGO
Il prof. Magatti, iniziando il suo intervento ha affermato che la questione sociale è oggi una questione umana (antropologica), legata allo sviluppo della società negli ultimi quaranta anni. Nel periodo si sono rafforzati ed estesi i sistemi della tecnica, l’ultimo, drammaticamente presente oggi, è quello finanziario. Si è altresì passati a sistemi di comunicazione qualitativamente e quantitativamente nuovi: da uno a cento canali televisivi, dal telefono fisso all’IPAD, e così via. Il cambiamento ha prodotto, in particolare, una commistione tra la realtà e la rappresentazione, incidendo sulla cultura popolare, sulle singole persone e sulle Istituzioni. Non è necessario fare esempi perché sono chiaramente evidenti. La società si è indebolita; la crisi odierna, poi, incide fortemente sulla nostra vita quotidiana. La Comunità cristiana, la Caritas, è chiamata a ricollocarsi in un mondo così, nel quale le pezze per rattoppare le situazioni non bastano e non basteranno più. Come coniugare oggi, allora, la pedagogia dei fatti? Su cosa dobbiamo lavorare? 

La crisi è economica, sociale, finanziaria, sociale, di rapporti ma è soprattutto una crisi spirituale. Come mai, dopo venti anni di crescita in Europa, i paesi si ritrovano senza speranza nel futuro? È crisi spirituale, di senso della vita e dei rapporti. In questi ultimi vent’anni è cresciuta la cattiva povertà e si è prodotta la cattiva ricchezza. Abbiamo alle spalle una stagione di espansione che sembrava infinita, dove il correre doveva portare alla felicità, a un mondo meraviglioso. Certamente non mancano gli aspetti positivi: abbiamo scoperto la globalizzazione, che ci ha portato a conoscere diversità sconosciute. Abbiamo tuttavia visto come tale movimento ha, di fatto, slegato i rapporti, le condivisioni: nella famiglia, nelle Istituzioni.Tutto è cresciuto ma in maniera slegata. Del resto la storia è fatta di slegamenti e rilegamenti, con effetti positivi e negativi. Siamo arrivati a cambiare, a verificare i nostri processi, a fare passi avanti.

In questi anni l’Italia è cresciuta meno di altri paesi. Abbiamo una maggiore presenza dello Stato che non garantisce uguaglianza, anzi, abbiamo disuguaglianze e povertà peggiori di altri. Ci siamo abbarbicati allo stato galleggiante (nonostante tutto), che però non ha protetto i più deboli. Dobbiamo cambiare questa cultura, altrimenti ogni nostra azione sarà vana fatica, che non produce risultati. Dobbiamo correggere il nostro modo di operare. 

Dove può intervenire la Comunità cristiana, la Caritas? Sicuramente può portare domande preziose.
1) L’impotenza umana.
Negli ultimi venti anni l’uomo ha operato moltissimo ma proprio questa sua opera ha dimostrato la sua potenza ma anche la sua incapacità. Dobbiamo ripartire da lì; combattere consapevoli di questo. Mai perdere di vista la nostra impotenza quando usiamo la nostra potenza. Il nostro correre ci ha impedito e impedisce la nascita di figli, di occuparsi di chi è svantaggiato, di accudire agli anziani (abbiamo allungato di 15 anni la vita, ma … che vita è?). dobbiamo ricuperare il senso della fragilità. Il nostro problema non è far funzionare le cose ma di stare al passo col debole, con l’anziano. Le fasi della vita in cui non siamo più capaci di fare, ci sentiamo di peso: nella malattia, nell’anzianità. Dobbiamo dunque non preoccuparci troppo dell’efficienza dei servizi, ma lasciarsi educare dalla povertà. Essere potenti è cosa buona ma noi siamo impotenti: non abbiamo vergogna di questo.
2) La vera realtà.
Influenzati dai media, oggi scambiamo la realtà con quello che facciamo, che pensiamo. Ad esempio, guardiamo l’incapacità dei giovani a discutere. Sfuggono al confronto, si scansano.Tu la pensi così? Io no, e mi scosto. Abbiamo disimparato che c’è una realtà al di fuori di noi che va rispettata. Se in parrocchia arriva gente nuova, ci sono nuove situazioni, la comunità si interpella. Stare sul punto della povertà significa mettere al centro una realtà che è fuori di noi e accettarla, discuterla per cambiare. A ciascuno, poi rimane la libertà di dare o non dare la risposta che può.
3) Ridare senso alla vita.
L’espansione di questi anni ha lasciato insoddisfazione per come viviamo. Occorrere rimettere nella nostra vita le cose che gli danno senso. Che cosa faccio? Perché lo faccio? Dalla bibbia sappiamo che nei tempi di crisi Dio ci parla. Cosa ci dice? Se guardiamo alle Istituzioni no possiamo non pensare alla necessità di ricostruirle, perché ne abbiamo bisogno, immettendoci l’Ethos, l’etica, o rischiamo di avere leggi che ci schiavizzano alla Tecnica. Ed ancora: quale cultura per l’etica? Il luogo di critica più vero per la società è la povertà. È guardando alla povertà che possiamo trovare vie nuove. Qualche sottolineatura per capire. a) nel pensiero comune ciò che è gratuito non vale. Per noi, invece, ciò che ha valore è gratuito, perché non ha prezzo. I valori per ricostruire le Istituzioni nascono da uomini e donne che operano per questo, riconoscono perciò l’ingiustizia della povertà. Istituzioni dunque da reinventare, per ricostruire la giustizia e l’etica popolare. b) la nostra è una società di liberi che deve scoprire i suoi fallimenti, le sue incapacità a star dietro a chi ha bisogno. allora siamo liberi per che cosa? per quale mondo? la nostra libertà è ancora da costruire, da pensare. abbiamo raggiunto il benessere, la democrazia, siamo liberi ma … . Qualche indicazione concreta Abbiamo accumulato notevoli ritardi nel preparare le persone a costruire un mondo diverso. il problema educativo va al primo posto. Occorre rendere le persone consapevoli della vita che vivono. È la carità dell’educazione. Oggi è giusto chiedere che ciascuno dia il proprio contributo di costruzione. Non sono sufficienti le Istituzioni pubbliche. la democrazia ha vinto ma sembra che voglia distruggere se stessa. È dovere di ognuno dare un po’ del proprio tempo, delle proprie idee, dei propri beni per ricostruire una società giusta. Dobbiamo far nascere l’economia della contribuzione. È tempo di allearsi, non per rinchiuderci a difendere ma per costituire legami nuovi: nella famiglia, nel quartiere, nel territorio nel mondo; senza contrapposizioni ma affinché ogni livello richiamo l’altro a tale obiettivo. La Chiesa, la Caritas, ha il compito di ricostituire i luoghi dell’alleanza dove, ad esempio, datori di lavoro e lavoratori possano ricostruire, rifare di nuovo le cose. 

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