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Il significato di Missione: il racconto di Suor Raffaella, Dario e Margherita, di ritorno dall’Eritrea

La nostra fedeltà, verso il popolo eritreo, è ormai consolidata da più di dieci anni e l’esperienza del viaggio in missione è nata come Pastorale Giovanile Vincenziana con l’obiettivo di far fare ai giovani un’esperienza di vita forte in parallelo a un profondo percorso di fede. Dico spesso, parlando del viaggio:

“Vieni. Fai un’esperienza forte con una cultura diversa, con uno stile di vita opposto al tuo così potrai capire e decidere da che parte stare.”.

Come sempre, anche quest’anno, per me e per i giovani che hanno partecipato alla missione, è stata un’esperienza ricca, feconda, che ha insegnato nuovamente qualcosa sulla vita e sulla relazione con l’altro. L’esperienza di ragazzi giovani come Dario, Margherita e gli altri, s’inserisce ancora una volta in questa dimensione. Da un lato, quando entri in contatto con un popolo lontano, una realtà diversa, persone reali, situazioni differenti, l’incontro si trasforma in un dono ricevuto, che non puoi e non riesci a tenere solo per te ma hai la necessità di condividerlo, donarlo nuovamente. Dall’altro lato, l’incontro con questo mondo, si trasforma in speranza…una speranza per questa terra così martoriata.

Spesso mi sono sentita dire dal popolo eritreo: “Grazie, perché la vostra visita ci porta speranza”.

Io rispondo sempre: “Grazie a voi, perché la vostra accoglienza, bellezza e semplicità ci evangelizza”.

                                                                                       Suor Raffaella Spiezio – Presidente Caritas Livorno

 

Parlateci un po’ di voi:

Margherita: Lavoro in Caritas da quasi due anni dopo aver intrapreso un percorso di studi nell’ambito delle lingue e della Cooperazione Internazionale, nello specifico, Accoglienza Richiedenti Asilo. Le mie esperienze di vita e di volontariato mi hanno portato, a volte per caso e a volte per scelta, verso situazioni riguardanti il tema dell’integrazione, spesso a contatto con ragazzi e bambini stranieri. Grazie a questo mi sono presto resa conto della grande opportunità che si nasconde dietro la diversità. Non ho mai visto “l’altro” come qualcuno da cui difendermi ma anzi, come una grande opportunità di arricchimento personale e di messa in discussione. Il mettersi in contatto con qualsiasi forma di diversità aiuta ad aprire gli occhi.

Dario: Sono sempre stato affascinato, fin da bambino, da tutto ciò che era lontano e diverso dalla mia realtà. Lingue, culture, tradizioni, popoli, tutto questo appariva ai miei occhi come una grande possibilità per conoscere e scoprire. L’ultimo anno delle superiori ho colto l’occasione per andare in Etiopia e da lì è nato, insieme alla mia grande passione per l’Africa, un nuovo percorso di vita che mi ha portato a far parte del mondo di Caritas. Sono riuscito a trasformare la mia voglia di conoscere e incontrare l’altro concretizzandola all’interno del mio lavoro come responsabile dell’Area Immigrazione Richiedenti Asilo Politico di Caritas. Negli anni, ho comunque mantenuto vivo il mio contatto diretto con il continente africano, sono alla decima esperienza in Africa e alla quarta in Eritrea.

Dario, cosa è cambiato negli anni?

Sicuramente la complessità nello sguardo, che poi è anche ciò che Caritas mi ha insegnato e m’insegna quotidianamente, ogni giorno. Nonostante l’inclinazione e la naturale predisposizione che puoi avere all’osservazione e all’apertura verso l’altro, ogni volta ti rendi conto che la realtà è molto più complessa di quanto immaginavi e che la vita e le storie delle persone non smetteranno mai di stupirti. Questa complessità, nelle sue sfaccettature, ti porta ogni volta a una messa in discussione delle tue certezze e quindi a una consapevolezza sempre più profonda. Il rendersi conto di essere semplicemente un’infinitesima parte del tutto da un lato, ti fa capire il piccolo margine di azione e di influenza che hai nelle cose e nel poter apportarvi un cambiamento efficace, dall’altro ti spinge ancora di più a lavorare su te stesso e sul tuo essere. Come diceva Ghandi: “Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”.

Margherita, per te era la prima Missione, cosa ti ha spinto a partecipare?

Avevo già avuto esperienze di volontariato all’estero con altre associazioni molto attente e impegnate nel settore del sociale, ma non avevo mai partecipato a una missione in quanto, fino a questo momento, avevo separato ciò che era il mio lavoro da ciò che era la mia fede, la missione mi ha dato invece la grande opportunità di trovare un’unione. Ho maturato il desiderio di fare un’esperienza che concretasse i principi di Caritas mettendo al centro la dignità dell’uomo, l’integrità della persona, la sua vicinanza e la fraternità profonda che lega gli essere umani. Attraverso la missione ho reso concreto questi principi, non è stata solo un’esperienza di messa in gioco mia personale o di semplice aiuto all’altro, ma mi sono sentita vicina alle persone come fossero fratelli. L’essere toccata dall’altro in profondità, nell’intimo della tua spiritualità, è qualcosa che va oltre la semplice relazione con le persone.

Per te, Dario, che importanza ha l’aver partecipato alla missione?

L’importanza è duplice. Da una parte ci sono le persone e il rapporto che ho instaurato con queste. Grazie agli incontri che ho fatto, alle situazioni che ho visto e alle persone che ho incontrato è nato uno scambio, una relazione forte che non può essere e non vuol essere dimenticata, dall’altro lato l’importanza che ha avuto per me stesso, personale. La missione è un percorso di comunità, di fede, di incontro con l’altro e di scambio. Si condividono spazi, quotidianità, emozioni, preghiere, riflessioni, è uno spazio privilegiato dove ascoltarsi e poter ascoltare. Quest’anno ho vissuto la missione in modo più intenso, abbiamo visitato molti luoghi sacri come la chiesa dove è sepolto San. Giustino de Jacobis, incontrato molti missionari e missionarie che dedicano la loro vita per questo popolo ed è stato come entrare in un altro mondo, in una dimensione contemplativa, dove, grazie alla preghiera, si riesce a entrare in contatto con la nostra realtà più profonda.

Margherita, due cose sorprendenti dell’Eritrea?

Mi ha colpito molto l’accoglienza spontanea, genuina e fresca del popolo eritreo. Hanno uno stile di vita umile che gli permette di vedere chiaramente le cose importanti e di dare il vero valore alle relazioni con gli altri. Noi siamo abituati a vivere nella confusione del tram, tram quotidiano e abbiamo dimenticato cosa vuol dire il “prendersi cura dell’altro”. L’attenzione e la cura dell’altro partono dall’accoglienza vera e profonda di questo, ed io mi sono sentita accolta e vista totalmente da questo popolo. Inoltre mi ha colpito molto l’impegno che le parrocchie e le suore mettono nel trasmettere forza e fiducia ai giovani. Molti ragazzi vorrebbero andarsene, tanti hanno lasciato il loro paese, ma per chi rimane non c’è la resa, c’è il conforto e l’aiuto di tante persone che spronano, che trasmettono fiducia e speranza nel futuro e nel loro paese. Incitano a non arrendersi e a restare per investire nel cambiamento. Insegnano, tramite una rivoluzione silenziosa, che la tenacia è alla base del cambiamento.

Margherita, che cosa porti a casa da questa esperienza?

Nel mio lavoro mi occupo di accogliere le persone che arrivano in Italia e mi sono accorta che nella quotidianità e negli impegni di tutti i giorni avevo un po’ perso il senso pieno di accoglienza. La routine rischia di portare a questo, a rendere tutto automatico. La Missione mi ha fatto interrogare sul significato profondo di accoglienza. Mi sono fermata e mi sono fatta raggiungere nel profondo dall’altro, sono stata accolta e solo così ho potuto accogliere e riappropriarmi del vero significato. Questa esperienza mi ha dato tanto e il seme dell’accoglienza, che mi è stato donato, l’ho portato con me, nella mia vita e nel mio lavoro, sperando di coltivarlo e vederlo crescere giorno dopo giorno.

Dario, consiglieresti questa esperienza?

A rischio di sembrare un po’ drastico credo che un’esperienza di questo tipo dovrebbe essere obbligatoria per tutti. Semplicemente perché la nostra quotidianità ci porta a vivere in una realtà che arriviamo a considerare unica e oggettiva. Andare invece incontro alle differenze di cibo, odori, culture, lingue, case, stili di vita, mezzi di trasporto, a problemi che noi non immaginiamo nemmeno come la mancanza o la difficoltà di avere acqua o l’assenza di luce, renderebbe il nostro sguardo meno rigido e limitato. Queste differenze aiutano a capire che il mondo non è solo quello in cui viviamo noi e che la verità è solo a casa nostra. Solo a quel punto possiamo fare realmente una scelta: negare l’esistenza di altre realtà, scegliendo consapevolmente di allontanarle dalla nostra o farne parte, andandole incontro, uscendo dal nostro guscio, aprendoci a una complessità di sguardo e a una vera e propria consapevolezza.Tendiamo a non vedere neanche la realtà in cui viviamo ed è paradossale che abbiamo bisogno di andare lontano per farci aprire gli occhi. Basterebbe girare l’angolo e fare caso a tutte le situazioni di estremo disagio con cui quotidianamente conviviamo ma che non notiamo perché ormai rientrano nella nostra normalità, fanno parte del nostro mondo in cui vedere l’altro è sempre più difficile.

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